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Napoli: minore in comunità da tre anni, senza famiglia nè futuro. Ma a chi conviene che resti li?

Una ragazza collocata in comunità da oltre tre anni, senza un progetto educativo né contatti con la famiglia. Servizi Sociali assenti, un rapporto ambiguo con la tutrice, e una madre lasciata nel silenzio. Dopo il ricorso, il Tribunale rimuove la tutrice e convoca le parti. Ma il dubbio resta: perché nessuno vuole cambiare le cose?

 

NAPOLI e provincia  28 marzo 2025 –  È la storia di una minore originaria dell’hinterland di Napoli, collocata in comunità da oltre tre anni, senza alcun progetto educativo individualizzato, senza valutazioni psicologiche recenti, e soprattutto senza alcun contatto reale con i genitori. Una storia fatta di silenzi istituzionali, omissioni documentate e di una gestione che solleva più interrogativi che certezze.

La madre, da anni esclusa da ogni informazione, è assistita dall’Avv. Miraglia, che ha più volte denunciato l’inattività dei Servizi Sociali territoriali. Nessun aggiornamento sullo stato della minore, nessuna apertura a una progettualità di reinserimento, nessuna risposta alle richieste formali. Nulla.

A destare particolare preoccupazione è stato inoltre il rapporto ambiguo e sbilanciato instaurato tra la minore e la tutrice nominata, che – secondo quanto riferito dalla madre – avrebbe assunto un ruolo personale e centralizzato, diventando di fatto l’unico riferimento della ragazza e escludendo completamente la figura genitoriale.

Nessuna vigilanza, nessuna verifica da parte del servizio pubblico, che ha permesso per anni che tale assetto si consolidasse. È stato solo a seguito di un ricorso presentato dall’Avv. Miraglia che il Tribunale per i Minorenni di Napoli ha disposto la sostituzione della tutrice, ritenendo fondate le preoccupazioni sollevate.

Non solo: per il prossimo mese di maggio è stata disposta la comparizione delle parti da parte del Tribunale, proprio in seguito al ricorso promosso dalla madre. Per la prima volta, dopo anni, si apre uno spazio di confronto in sede giudiziaria.

«È un primo passo – spiega l’Avv. Miraglia – ma arriva dopo troppo tempo. E mentre la macchina istituzionale resta ferma, questa ragazza continua a crescere in una struttura, priva di affetti, riferimenti, relazioni. In una condizione che non è temporanea ma ormai cronicizzata.»

E aggiunge:

«Abbiamo trasformato la comunità in un parcheggio esistenziale. Questa ragazza non è assistita: è dimenticata. E chi tace oggi, ne sarà responsabile domani.»

Nel frattempo, la ragazza continua a vivere in comunità, con un costo pubblico importante a carico della collettività. Eppure nessuno sembra interrogarsi realmente su quale sia il suo interesse, su quale futuro si stia costruendo per lei. La madre è tagliata fuori, i Servizi Sociali tacciono, e le istituzioni si limitano a difendere il proprio operato con dichiarazioni generiche.

Emblematica la risposta del Sindaco del Comune coinvolto, che ha parlato di “un servizio che ha operato correttamente” e di una vicenda “attenzionata dal Tribunale”. Nessun approfondimento, nessuna spiegazione, nessuna assunzione di responsabilità. Solo una difesa autoreferenziale che lascia tutto com’era.

La vicenda è ora sotto esame del Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza della Regione Campania, cui è stata inoltrata una segnalazione formale. Si chiede un intervento concreto per verificare ciò che fino ad oggi è stato ignorato o nascosto sotto il tappeto.

Ma intanto una domanda rimane, sospesa come un macigno: a chi giova davvero che questa ragazza resti in comunità, sola, senza legami e lontana dalla sua famiglia?

 

 

“Ci sono anch’io”: un libro, una voce, una battaglia di dignità e inclusione

 

Quando la parola diventa impegno civile e la cultura si fa strumento di cambiamento.

Il prossimo 30 marzo 2025 , in occasione della prima selezione regionale Lazio del Concorso Nazionale di Integrazione Sociale “Bellezza e Talento” , si terrà la presentazione ufficiale del libro “CI SONO ANCH’IO – La disabilità è una dimensione della diversità umana” .

L’evento avrà luogo presso lo spazio Salsedine di Fiumicino, in via della Scafa 14 , con la partecipazione di Antonio Delle Donne , in qualità di presentatore, già attivo in iniziative documentali e culturali legate all’inclusione sociale. Salsedine non è soltanto una location, ma uno spazio dedicato all’ascolto, alla riflessione e all’accoglienza, un luogo simbolico dove la cultura incontra la vita e la disabilità smette di essere un’etichetta, per diventare narrazione condivisa e voce collettiva.

Il volume è stato scritto da due professionisti impegnati da anni nel campo dei diritti e della comunicazione sociale: Francesco Miraglia, avvocato del foro di Madrid , con una lunga esperienza nella tutela delle fragilità e dei minori, e Daniela Vita, avvocato, con particolare attenzione ai temi del disagio e dell’inclusione sociale. Insieme, con competenze diverse ma visione comune, hanno dato vita a un’opera che unisce rigore professionale, sensibilità umana e impegno civile.

“ Ci sono anch’iotesto” è un titolo che è già un manifesto. In queste parole si riassume un bisogno universale: quello di essere visti, riconosciuti, valorizzati. Il testo racconta storie vere, vissuti di emarginazione e di riscatto, esperienze di discriminazione ma anche di rinascita, e lo fa con la voce di chi, ogni giorno, vive la disabilità non come limite ma come condizione esistenziale che interpella la società intera. Perché, come sottolineano gli autori, la disabilità non è una certezza: è una delle tante forme dell’umanità.

L’evento si inserisce in un più ampio progetto culturale e sociale che da anni lavora per abbattere le barriere, non solo architettoniche ma anche culturali e mentali. Il concorso “ Bellezza e Talento ” è una delle espressioni più luminose di questa visione: un’iniziativa che offre spazio all’espressione artistica, creativa e personale di ragazzi e ragazze diversamente abili, permettendo loro di mostrare al mondo il proprio valore.

Durante la presentazione, gli autori interverranno per raccontare la genesi del libro, il suo significato, le esperienze che ne hanno ispirato la scrittura e le riflessioni maturate lungo il percorso. Sarà un’occasione per dialogare con il pubblico, con le famiglie, con le istituzioni e con tutti coloro che credono in una società inclusiva, capace di accogliere la diversità come ricchezza e non come problema.

Il libro rappresenta anche una tappa significativa nel cammino del nostro progetto editoriale e sociale, che da anni opera per dare voce a chi troppo spesso viene escluso. La nostra storia è fatta di relazioni, di incontri, di ascolto e di azione. Ed è proprio attraverso le parole, i racconti, le immagini e le testimonianze che cerchiamo di costruire una cultura nuova, fondata sul rispetto, sulla dignità e sulla partecipazione

Frosinone: l’abrogazione del reato di d’ufficio “salva” tre assistenti sociali

 Avevano allontanato ingiustamente due bimbe dalla zia affidataria

FROSINONE (13 marzo 2025).  Tre assistenti sociali di un Comune in provincia di Frosinone sono stati ” salvati” dalla legge che ha abrogato il reato di abuso d’ufficio: nel 2022 avevano allontanato immotivatamente due bambine dalla zia, che le aveva in affido, per trasferirle in una casa famiglia.

Il Tribunale per i minorenni di Roma aveva stabilito che il provvedimento, oltre ad essere ingiusto, aveva cagionato un danno alla donna e alle due ragazzine che stavano con lei dal 2018 e che avevano creato con la zia un legame solido e sano.

Il Gip della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Cassino, accogliendo la denuncia presentata dall’avvocato Miraglia, legale della donna, aveva disposto l’imputazione coatta per tre assistenti sociali per abuso d’ufficio in concorso.

«La legge Nordio nell’ agosto 2024 ha abrogato il reato di abuso d’ufficio– dichiara l’avvocato Miraglia – però, anche se da un punto di vista penale non pagheranno, ho già ricevuto mandato di procedere con un’azione civile nei confronti dei tre assistenti sociali e di presentare richiesta di risarcimento danni. È comunque una vittoria morale, per la mia assistita e le sue nipoti, ma anche per le altre famiglie che hanno avuto a che fare con questi signori e che magari non hanno avuto la possibilità e l’opportunità di opporsi alle decisioni assunte da questi assistenti sociali».

Nel 2021 le nipoti della donna erano state prese dai Servizi sociali, i quali senza preavviso né autorizzazione con uno stratagemma le avevano portate in una Casa famiglia, strappandole alla zia che le aveva in affidamento.

E non perché le maltrattasse, bensì per “eccesso di possesso”.

Si trattava invece di affetto e di cure amorevoli da parte di una zia premurosa.

Il Tribunale per i minorenni di Roma aveva ritenuto che il forzato allontanamento ha ulteriormente traumatizzato le ragazzine, già provate da una difficile storia familiare. E che la collocazione in casa famiglia non era né necessaria né opportuna, apparendo anzi dannosa visto il rapporto cretosi nel tempo tra zia e nipoti.

E le ha riaffidate alla zia.

Biella, una svolta per le due bambine e la loro mamma: finalmente un nuovo inizio

( Biella 21 febbraio) Dopo una vicenda complessa che ha sollevato molte preoccupazioni, finalmente si apre un nuovo capitolo con un cambio di rotta nella gestione del caso.

Ieri, durante un incontro con i nuovi operatori, è stato stabilito un percorso chiaro per garantire il benessere delle due bambine e il diritto della loro mamma a rapporti familiari più sereni. Con il cambiamento degli operatori coinvolti, si avvia un cammino che porterà alla liberalizzazione degli incontri, restituendo equilibrio alla situazione.

La mamma, dopo mesi di attesa, ha accolto con grande sollievo questa svolta, vedendo finalmente una speranza concreta per il futuro.

La strada è ancora da percorrere, ma questo primo passo segna un’importante vittoria per il benessere delle bambine e della loro mamma.

 

Padova: due gemellini tolti alla madre speriti nel nulla

Nessuno sa dove siano finiti: servizi sociali e tribunale non rispondono da anni

Avvocato Miraglia: «Il tribunale per i minorenni di Venezia emani un provvedimento»

PADOVA (7 febbraio 2025). Due gemellini di cinque anni risultano ufficialmente scomparsi dal sistema di assistenza sociale, senza che vi sia alcuna informazione chiara sulla loro attuale situazione. Allontanati dalla madre nel gennaio del 2022, non solo non vengono fatti incontrare alla donna, che risiede a Padova, ma da allora vige un silenzio assordante da parte delle autorità competenti.

I servizi sociali e il tribunale per i minorenni di Venezia, che avrebbero dovuto garantire la tutela dei minori e fornire aggiornamenti alla madre, non rispondono da anni alle richieste inoltrate.

Oltre alla totale assenza di informazioni sul loro stato di salute, non è dato sapere se i gemelli si trovino in una casa famiglia o siano stati affidati a terzi.

Ancora più inquietante è il fatto che non sia neppure chiaro se i due fratellini siano ancora insieme o siano stati separati.

La situazione ha gettato la madre in un limbo burocratico e umano che dura da tre lunghi anni, durante i quali ha incessantemente tentato di ottenere risposte dalle istituzioni preposte, senza alcun successo.

Le ripetute istanze presentate dal legale della donna, l’avvocato Miraglia, non hanno mai ricevuto alcuna risposta concreta. “Da tre anni questa donna è parcheggiata in un limbo – afferma l’avvocato Miraglia – nel quale sono stati sospesi gli incontri con i figli e non è mai stato avviato alcun progetto di sostegno alla genitorialità, volto al naturale riavvicinamento della madre ai suoi bambini. Nessuno si sta occupando di lei e le tre istanze, oltre a memorie e comparse conclusionali presentate negli ultimi tre anni, non hanno ricevuto la benché minima risposta dal tribunale veneziano”.

Il caso appare sempre più sconcertante se si considera che la madre ha rispettato ogni richiesta delle autorità per dimostrare la sua idoneità a riprendere con sé i figli. Dopo l’allontanamento dei bambini, avvenuto quando avevano appena due anni, la donna ha riorganizzato la propria vita e ha intrapreso un percorso psicoterapeutico sotto la guida di uno specialista di fama nazionale. Il percorso ha certificato l’assenza di disturbi della personalità, confermando la sua capacità di prendersi cura dei propri figli. Nonostante questi sforzi, però, nulla si è mosso: le autorità competenti continuano a ignorare ogni richiesta, lasciando questa madre nell’incertezza più totale.

La situazione, oltre ad essere un evidente caso di negligenza amministrativa, rappresenta una palese violazione del diritto di una madre a conoscere le condizioni dei propri figli. “Da tre anni proviamo, a suon di istanze, ad ottenere dal tribunale per i minorenni e dai servizi sociali una qualche forma di risposta e di informazione sulle condizioni di vita e di salute dei bambini – continua l’avvocato Miraglia – ma nessuno risponde. Questa madre è stata, di fatto, abbandonata dalle istituzioni”.

L’assenza di riscontri ufficiali solleva interrogativi inquietanti: dove sono i gemellini? Chi si sta occupando di loro? Perché non si permette alla madre di sapere nulla sulla loro sorte? In una società civile e moderna, non è accettabile che due bambini possano “sparire” senza lasciare traccia e che le istituzioni preposte alla loro tutela rimangano inerti di fronte a una richiesta legittima di chiarimenti.

L’appello dell’avvocato Miraglia è chiaro e diretto: “Chiediamo al tribunale di sbloccare la situazione e di emettere almeno un provvedimento, qualunque esso sia, in modo da poter esercitare il nostro diritto. Nell’interesse anche dei bambini, che da tre anni crescono senza mamma”.

L’auspicio è che questa denuncia pubblica possa finalmente smuovere le coscienze e portare a una risposta concreta e immediata da parte delle istituzioni, affinché venga fatta luce sulla sorte dei gemellini e venga garantito il loro diritto a crescere in un ambiente amorevole e sicuro.

Alla luce della grave negligenza istituzionale e del silenzio del tribunale per i minorenni di Venezia, che non è la prima volta che assume un atteggiamento simile, lanciamo un appello alla politica locale affinché venga fatta luce sull’operato dei servizi sociali e sulle decisioni prese a discapito della madre e dei bambini.

Inoltre, ci rivolgiamo direttamente al Ministro della Giustizia, affinché intervenga per verificare il comportamento del tribunale veneziano, che sembra ignorare ripetutamente il dovere di garantire trasparenza e giustizia nelle questioni che riguardano il benessere dei minori. Il diritto dei bambini a crescere in un ambiente sicuro e il diritto di una madre di sapere dove si trovano i suoi figli non possono essere ignorati.

 

L’inefficienza del tribunale per i minorenni di Torino: un grido d’allarme per i diritti dei bambini

Torino (15 gennaio) La tutela dei diritti dei minori dovrebbe essere una priorità assoluta per ogni società civile tuttavia a Torino il Tribunale per i Minorenni sembra essere travolto da inefficienze strutturali che stanno compromettendo gravemente il benessere di molti bambini e delle loro famiglie questa realtà non può e non deve passare inosservata

Lo Studio Legale Miraglia impegnato nella difesa dei diritti dei minori e delle loro famiglie ha recentemente portato alla luce situazioni drammatiche che evidenziano i ritardi cronici nell’adozione di provvedimenti necessari per garantire la serenità dei minori tali ritardi che spesso si protraggono per mesi o addirittura anni rappresentano non solo una violazione del diritto dei bambini a vivere in un ambiente stabile e amorevole ma anche un fallimento del sistema giudiziario

Storie di sofferenza e incertezza

Tra i casi emblematici spicca quello di una bambina che da oltre cinque mesi può incontrare sua madre solo una volta al mese senza che vi sia stato emesso un provvedimento formale la separazione è avvenuta su richiesta del Servizio Sociale lasciando madre e figlia intrappolate in una situazione di sofferenza ogni incontro è carico di emozione e dolore ma il legame rischia di spezzarsi a causa della mancata tempestività del Tribunale

Un altro caso riguarda una bambina di due anni che da oltre un anno attende una decisione definitiva sulla sua custodia nonostante le relazioni estremamente positive della Neuropsichiatria Infantile che evidenziano la capacità del padre di offrire un ambiente amorevole e stabile nessun provvedimento è stato emesso l’inerzia giudiziaria rischia di compromettere il rapporto tra padre e figlia

Infine vi è la vicenda di un padre che da sei anni può vedere sua figlia solo in ambiente neutro nonostante siano trascorsi più di due anni dalla conclusione del procedimento il Tribunale non ha ancora preso una decisione la figlia rischia di raggiungere la maggiore età senza che vi sia stata una soluzione concreta

Un sistema in crisi

Questi esempi non sono casi isolati essi rappresentano un sistema in affanno incapace di rispondere tempestivamente alle esigenze dei più vulnerabili sebbene la carenza di personale e l’elevato numero di casi pendenti possano spiegare parzialmente i ritardi nulla può giustificare l’inerzia quando si tratta di diritti fondamentali ogni giorno che passa senza una decisione è un giorno sottratto all’infanzia di un bambino un tempo che nessuno potrà mai restituire

Un appello alla società e alle istituzioni

Di fronte a questa situazione allarmante lo Studio Legale Miraglia si è rivolto all’Assessore alle Politiche Sociali della Regione Piemonte e al Garante per l’Infanzia del Comune di Torino chiedendo un intervento immediato e risolutivo è essenziale che le istituzioni assumano la responsabilità di garantire il superiore interesse del minore sancito dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia

“Fiat iustitia ruat caelum” si faccia giustizia anche se crollassero i cieli questo principio dovrebbe guidare ogni decisione che riguarda i minori tuttavia la realtà ci racconta di un sistema che tarda a intervenire lasciando bambini e famiglie in balìa dell’incertezza

“Non nobis solum nati sumus” non siamo nati solo per noi stessi questo richiamo alla solidarietà e al dovere collettivo deve essere il motore di un cambiamento concreto è tempo che le istituzioni competenti intervengano con urgenza per garantire il diritto dei bambini a crescere in un ambiente amorevole e protetto

Il futuro dei nostri bambini dipende dalla capacità di agire oggi ogni ritardo è una ferita che rischia di lasciare segni indelebili la giustizia non può attendere

 

Bimba di 4 anni morta in circostanze misteriose: La triste storia di Alessandra fra abbandoni e lentezza della giustizia

 

Castelvenere / Tufino – Sul corpo della bimba segni di maltrattamenti, scottature, graffi, lividi ed evidente stato di malnutrizione. La storia di Alessandra Di Meo, la bimba morta a soli 4 anni in circostanze ancora tutte da chiarire, è davvero triste e piena di “si poteva fare sicuramente meglio e prima”. Il risultato di una serie di circostanze è stato la morte della piccola, avvenuta lo scorso 13 dicembre in un’abitazione ubicati a Tufino in paese in provincia di Napoli, quasi al confine con Avellino.
Alessandra era figlia di Alfonsa, 25enne di Castelvenere, e di Giuseppe, 23enne di Nola. La coppia per un periodo visse a Castelvenere (in provincia di Benevento) poi si separò perché l’uomo decise di andare a convivere con un’altra donna.
Fu sottratta alla madreLa morte di Alessandra
Pochi giorni fa, 13 dicembre 2024, la tragica conclusione con la morte di Alessandra Di Meo trovata priva di vita sotto la scale di casa, secondo la coppia con cui viveva, la piccola sarebbe caduta dalle stesse scale. Non è d’accordo la Procura della Repubblica che ha aperto una indagine a carico della coppia a cui Alessandra fu lasciata dal padre. Si ipotizzano i reati di maltrattamenti e omicidio colposo.
I maltrattamenti
Sul corpo della bimba segni di maltrattamenti, scottature, graffi, lividi ed evidente stato di malnutrizione. Per questa ragione gli investigatori ipotizzano a carico della coppia i reati di maltrattamenti e omicidio colposo.
L’autopsia
I medici hanno analizzato il corpo della piccola per oltre tre giorni, hanno fatto analisi, test e verifiche, non hanno trascurato nulla, dovranno stabilire con certezza le cause della morte e saranno importanti anche per capire se c’è stato un ritardo nel chiamare i soccorsi. C’è grande attesa per la relazione tecnica dei periti.
Le due telefonate
Nell’immediatezza della tragedia vennero fatte due telefonate al 118: nella prima si faceva riferimento a una broncopolmonite, nell’altra, invece, si parlava della caduta dalle scale.

LA PRECISAZIONE DELL’AVVOCATO MIRAGLIA:
“Il mio Assistito – Giuseppe Di Meo – non ha mai abbandonato la figlia Alessandra così come si evince invece dall’articolo sopracitato. E’ stato già chiesto con lettera del 30.12.2024 del sottoscritto, ai Servizi Sociali del Comune di Tufino se e quando gli stessi hanno effettuato visite domiciliari presso l’abitazione di collocazione della minore, se e quando sono state redatte relazioni circa lo stato della piccola Di Meo Alessandra, se e quando è stato informato il Tribunale dei Minorenni circa la collocazione presso cui si trovava, se e quando è stata redata una relazione di valutazione circa le capacità di accudimento della coppia in cui era collocata Alessandra. Attendiamo urgente riscontro a quanto chiesto da parte dei Servizi Sociali di Tufino, i quali erano a conoscenza già dall’agosto/settembre 2024 della collocazione della minore. Per il resto, confidiamo nel lavoro della Procura al fine di chiarire tutti gli aspetti di questa vicenda e le relative responsabilità che hanno portato al decesso della piccola

Biella: educatrice denunciata per manipolazione di due minori contro la madre

(Biella 23 dicembre 2024) – Emergono preoccupazioni riguardo ai servizi sociali affidati alle cooperative, evidenziando la mancanza di controlli da parte delle istituzioni e i conseguenti abusi e ingiustizie che colpiscono i più vulnerabili.

Questa è la situazione in cui si è trovata una madre biellese, coinvolta insieme alle sue due figlie di dieci e quattro anni.

L’avvocato Miraglia, legale della donna, descrive una situazione allarmante. “A causa di compagni violenti, la mia assistita si è dovuta rivolgere a un centro antiviolenza. Di conseguenza, il caso è stato preso in carico dai servizi sociali e affidato a una cooperativa esterna”.

Ciò che doveva essere un percorso di protezione si è trasformato in un incubo.

Durante un incontro protetto, la figlia maggiore ha riferito di essere stata picchiata dalla madre. Senza un’indagine approfondita, l’educatrice della cooperativa ha redatto una relazione accusatoria, dipingendo la donna come una madre inadeguata e proponendo l’affidamento delle bambine ai rispettivi padri, entrambi con precedenti episodi di violenza.

Uno dei padri, inoltre, ha un passato segnato dalla tossicodipendenza ed è stato coinvolto in operazioni giudiziarie, con un arresto legato al traffico di droga insieme ad altre 36 persone.

Non si tratta di alimentare conflitti tra i genitori, ma di sottolineare la necessità di un approccio più attento e imparziale nella gestione di situazioni familiari complesse, evitando manipolazioni e condizionamenti.

Invece di mantenere un approccio neutrale, l’educatrice avrebbe cercato di manipolare le dichiarazioni della bambina. Una registrazione audio agli atti mostra frasi come: “Allora sono successe delle cose che ti hanno fatto stare molto male, ok?” e “Ne parliamo un’altra volta così hai tempo di pensarci”. Queste parole lasciano intendere un tentativo deliberato di influenzare la testimonianza.

Mentre i servizi sociali si sono basati esclusivamente sulle relazioni della cooperativa, le valutazioni degli psicologi descrivono la madre come una figura premurosa e attenta, smentendo l’immagine di donna violenta dipinta dall’educatrice.

L’educatrice è stata denunciata alla Procura della Repubblica di Biella per falsità ideologica in atti pubblici e circonvenzione di incapaci.

“L’esternalizzazione dei servizi sociali alle cooperative – conclude l’avvocato Miraglia – ha eliminato di fatto il controllo diretto degli enti pubblici. Le famiglie si ritrovano così in balia di decisioni arbitrarie e incontrollate, spesso motivate più dal profitto che dal reale interesse per il benessere dei minori”.

Questa vicenda solleva interrogativi urgenti sulla gestione e sul monitoraggio dei servizi sociali affidati a terzi. Occorre una seria riflessione sull’introduzione di strumenti di controllo più efficaci per tutelare i diritti dei bambini e delle famiglie coinvolte.

Sarebbe preferibile che i servizi sociali fossero gestiti direttamente dall’amministrazione comunale anziché essere appaltati a cooperative esterne. Un controllo diretto garantirebbe maggiore trasparenza e tutela, evitando situazioni di abuso e decisioni arbitrarie.

Questa vicenda dimostra l’urgenza di un intervento legislativo volto a regolamentare e monitorare con maggiore attenzione il lavoro delle cooperative e degli operatori sociali. È fondamentale che le autorità preposte introducano norme più stringenti e strumenti di verifica efficaci per prevenire situazioni simili, garantendo così la protezione dei diritti fondamentali delle famiglie e dei bambini coinvolti.

 

Il ritorno di Luca: quando il sostegno preventivo può evitare allontanamenti ingiustificati

 

Il Tribunale per i Minorenni di Caltanissetta ha autorizzato il rientro del piccolo Luca, nome di fantasia, presso l’abitazione dei nonni materni, ponendo fine a un periodo in cui sia lui che la sua mamma erano stati collocati in una casa famiglia. La decisione è il risultato di un lungo percorso di valutazione che ha coinvolto esperti, psicologi e assistenti sociali e che ha avuto come obiettivo principale il benessere del minore e la ricostruzione di un ambiente familiare adeguato. Tuttavia, la vicenda solleva importanti interrogativi sull’efficacia delle politiche di tutela dei minori e sull’urgenza di adottare interventi tempestivi per prevenire situazioni di allontanamento che spesso risultano evitabili. La madre di Luca, nonostante le difficoltà personali, ha sempre mantenuto un legame affettivo forte con il figlio. Questo aspetto, riconosciuto dal Tribunale, avrebbe potuto essere valorizzato sin dall’inizio attraverso un sostegno concreto che evitasse il collocamento della diade in una struttura esterna. I nonni materni, oggi riconosciuti come risorsa preziosa e disponibili ad accogliere Luca nella loro casa, rappresentano una soluzione che avrebbe potuto essere presa in considerazione già in una fase iniziale. La decisione di ricorrere al collocamento in casa famiglia ha avuto un impatto emotivo significativo, non solo sul bambino ma anche sulla madre, e mette in evidenza la necessità di un sistema di supporto più efficace. L’avvocato  Miraglia, legale della madre, ha accolto con soddisfazione il provvedimento del Tribunale, ma ha anche invitato a riflettere sull’intero approccio del sistema di welfare nei confronti delle famiglie in difficoltà. “Questa decisione rappresenta un passo importante per Luca e la sua mamma, ma solleva un tema cruciale: se si fosse intervenuti con un supporto adeguato e tempestivo, si sarebbe potuta evitare una separazione lunga e dolorosa”, ha dichiarato. “Le case famiglia e i collocamenti in comunità devono rappresentare l’ultima istanza, da adottare solo quando ogni altra possibilità è stata esaurita. È necessario che il sistema di tutela dei minori si concentri maggiormente sul rafforzamento delle famiglie, offrendo loro strumenti di sostegno per superare le difficoltà senza compromettere i legami fondamentali tra genitori e figli”.  Questa vicenda porta a riflettere sul ruolo cruciale delle istituzioni e dei servizi sociali. Il collocamento in casa famiglia, pur giustificato dalla volontà di proteggere il minore, evidenzia i limiti di un sistema che spesso interviene in modo reattivo, piuttosto che preventivo. Investire nella prevenzione significa creare reti di supporto più solide e attivare risorse familiari prima che si giunga a decisioni drastiche. Il potenziamento dei servizi sociali, con personale adeguatamente formato e protocolli operativi chiari, è essenziale per garantire interventi mirati e tempestivi. Una maggiore collaborazione tra istituzioni e famiglie, insieme alla valorizzazione delle figure familiari di supporto, come i nonni in questo caso, potrebbe evitare che molte situazioni si trasformino in separazioni traumatiche e dolorose. Il rientro di Luca presso l’abitazione dei nonni materni non è solo un traguardo per il minore e sua madre, ma rappresenta anche un’opportunità per ripensare le politiche sociali e giudiziarie. Mantenere il bambino all’interno del suo contesto familiare, quando possibile, non è solo un diritto del minore, ma anche un dovere delle istituzioni che devono fare tutto il possibile per garantire stabilità, affetto e continuità nelle relazioni familiari. Come dimostra questa vicenda, un intervento più tempestivo e meno invasivo avrebbe potuto evitare una sofferenza inutile e rafforzare il nucleo familiare fin dall’inizio. Questa vicenda deve servire come monito e spunto per migliorare le pratiche di tutela dei minori. Un sistema che privilegi il sostegno alla famiglia come primo passo, anziché come soluzione tardiva, può prevenire traumi evitabili e garantire un futuro migliore per i bambini e i loro genitori. Il caso di Luca è emblematico di come sia possibile fare di più e meglio, lavorando per un sistema che metta al centro la prevenzione, il rispetto dei legami familiari e il benessere dei minori, evitando scelte drastiche che, come in questo caso, si sarebbero potute prevenire.