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Ritorno a casa: una decisione del Tribunale segna la fine di un lungo periodo di separazione

(Caltanisetta 15 novembre 2024) Finalmente, dopo un lungo e difficile periodo trascorso in comunità, la mamma e il suo bambino sono tornati a casa. Un passo importante per la loro serenità, dopo tanto dolore e separazione. Il Tribunale per i Minorenni di Caltanissetta ha restituito loro la dignità e la speranza di un futuro insieme, nonostante le difficoltà. La giustizia, pur con le sue complessità, ha dato loro la possibilità di ricominciare.

Roma: mamma sinti tredicenne potrà riavere la bambina

La Corte d’Appello annulla la sentenza di adottabilità

ROMA (24 ottobre 2024). Sentenza annullata: la tredicenne sinti potrà riavere la sua bimba, che le era stata tolta appena nata per essere dichiarata adottabile. La Corte di Appello di Roma ha accolto il ricorso presentato dalla famiglia della ragazzina, tramite l’avvocato Miraglia: nessuno era stato informato della dichiarazione di adottabilità della piccola e soprattutto alla giovane mamma non è stata offerta la possibilità – prevista per legge – di riconoscere la figlia, una volta raggiunti i 16 anni di età.

«Una bella vittoria – dichiara l’avvocato Miraglia, che annuncia –: abbiamo denunciato l’assistente sociale e il giudice relatore al tribunale di Perugia, auspicando che il gip li rinvii a giudizio, in quanto è ormai chiaro, e sancito anche dalla sentenza d’appello, che hanno palesemente violato la legge».

La vicenda risale al 2023, quando la giovane mamma tredicenne era ancora incinta della sua bambina. Gli assistenti sociali la spediscono a vivere in una casa famiglia fino al momento del parto, avvenuto a maggio, dopo il quale non le viene data la possibilità di stare con la figlioletta se non per una manciata di giorni. Con l’ inganno, fingendo di portarla a fare una visita di controllo, affidano la neonata a una famiglia. Nel frattempo, con una celerità inusuale – 28 giorni appena – il Tribunale per i Minorenni di Roma emana la sentenza di adottabilità della bambina, adducendo un presunto “stato di abbandono” della piccola.

In realtà la neo mamma ha attorno a sé l’intero nucleo familiare che la supporta, ma soprattutto accade qualcosa di contrario ad ogni principio legislativo: in pieno spregio della legge 184/83 alla mamma non viene concessa la possibilità di poter attendere i 16 anni per riconoscere la figlia. E per giunta a nessuno dei familiari è stato comunicato l’avvio del procedimento di adottabilità. La ragazza invece avrebbe dovuto mantenere la bimba con sé in seno alla sua famiglia, fino al compimento di 16 anni e poi diventarne madre a tutti gli effetti.

Sulla base di queste aperte violazioni della legge, all’udienza della Corte d’Appello, svoltasi lo scorso 17 settembre, i giudici hanno accolto il ricorso, dichiarando la nullità della sentenza di adottabilità del Tribunale per i Minorenni di Roma, confermando però il collocamento della bimba presso la famiglia affidataria, per non causarle dei traumi, fintantoché non si compia il processo di graduale avvicinamento della piccola alla madre naturale e possano stare finalmente insieme.

Questa vicenda solleva una questione ancora più ampia: il problema della giustizia non riguarda solo i grandi casi , ma anche le persone comuni, spesso appartenenti alle fasce più deboli della società. In questo caso specifico, i giudici e gli operatori coinvolti sembrano aver agito con una grave negligenza. Se ignoravano le norme, si tratta di una questione di incompetenza, ma se, al contrario, erano pienamente consapevoli delle leggi e hanno scelto deliberatamente di non applicarle, ci troviamo di fronte a un problema ancora più preoccupante. Questo atteggiamento potrebbe addirittura far pensare che tali violazioni siano avvenute perché la vicenda riguarda una famiglia Sinti? È un interrogativo scomodo, ma che merita di essere posto, perché il diritto deve essere uguale per tutti, indipendentemente dall’origine etnica o sociale.

 

 

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Ancona: lo stato italiano condannato dalla Corte europea

Ha violato il diritto di una mamma allontanata dal figlio Richiesto risarcimento all’assistente sociale

ANCONA (6 agosto 2024). Lo Stato italiano ha violato i diritti umani di una mamma: così si è espressa la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, di fatto condannando anche l’Assistente Sociale che da anni impedisce a una mamma di Ancona di vedere il figlio. La mamma ha richiesto un risarcimento in ragione dei danni subiti.

«Anche la Corte dei Diritti Umani riconosce che molti allontanamenti di minori nascondono vere e proprie adozioni mascherate» commenta l’Avvocato Miraglia, legale della mamma ed esperto in Diritto di famiglia e Diritto minorile. Da almeno quindici anni, Miraglia si batte contro gli allontanamenti immotivati di bambini provenienti da famiglie fragili (spesso con scarse risorse economiche o di origine straniera), e che vengono affidati a coppie senza figli e mai restituiti alla famiglia di origine, nonostante l’affidamento dovrebbe essere temporaneo e con carattere d’urgenza.

La mamma, fin dalla nascita del figlio nel 2013, combatte contro i Servizi Sociali di un Comune della provincia di Ancona. Inizialmente, questi ultimi si prendevano cura di lei e del figlio neonato, ma con il tempo hanno allontanato il bambino, affidandolo a una coppia e impedendo gli incontri con la madre che bambino non riconosce più come genitrice.

Esausta, la mamma decide di ricorrere, nell’aprile 2020, alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Nel marzo 2022, la Corte rileva la violazione dell’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti Umani da parte dello Stato Italiano, nella misura in cui «nonostante la decisione del Tribunale per i Minorenni di Ancona che disponeva gli incontri, questi non hanno mai avuto luogo, poiché i Servizi Sociali non li avevano organizzati, il tutore del bambino aveva preso atto di questa situazione senza intervenire e/o proporre ulteriori azioni, e lo stesso Tribunale non ha usato gli strumenti legali esistenti per controllare l’attività e le omissioni dei Servizi Sociali».

La Corte ha inoltre rilevato che il Tribunale per i Minorenni di Ancona non ha mai fornito spiegazioni sui motivi a fondamento della sospensione degli incontri tra madre e figlio, di fatto troncando qualsiasi rapporto tra loro per un periodo superiore a cinque anni e prolungando il collocamento del bambino presso una famiglia affidataria per un tempo indefinito. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha riconosciuto quindi un danno sia patrimoniale che non patrimoniale. A fine luglio, la mamma ha depositato la richiesta di risarcimento danni contro l’Assistente Sociale responsabile del provvedimento. Ha inoltre dato mandato per citare ai danni sia l’Assistente Sociale che l’amministrazione comunale per responsabilità oggettiva.

«Abbiamo ricevuto un riscontro anche dalla Corte Europea di quanto sosteniamo da anni – prosegue l’avvocato Miraglia – ovvero che in molti Servizi Sociali e Tribunali italiani si opera in modo da allontanare i minori affidandoli a coppie che li tengono per sempre, trasformandole in quelle che definiamo “adozioni mascherate”, senza considerare il dolore inferto ai genitori e gli strappi emotivi e lo stato di abbandono che questi bambini affronteranno da adolescenti e da adulti. Speriamo che tale iniziativa possa essere la prima di una lunga serie. Purtroppo, questo non è un caso isolato, sia ad Ancona che in tutti i Tribunali per i Minorenni d’Italia. Auspichiamo che il Tribunale per i Minorenni di Ancona non solo prenda atto di questa vicenda, ma anche che controlli che situazioni del genere non accadano più. Questa mamma ha subito un dolore paragonabile quasi a un lutto».

L’azione di risarcimento danni avanzata da questa mamma potrebbe essere la prima di una lunga serie. Purtroppo, questo caso di Ancona non è isolato.

Bari: Giudice vieta a un padre di comunicare con la comunità in cui è ricoverata la figlia

L’uomo ha perso la responsabilità genitoriale per aver chiesto informazioni sulla salute della ragazza

BARI (1 agosto 2024). Se non ci si preoccupa dei figli si è cattivi genitori e si rischia di vederseli togliere: ma è successo esattamente il contrario a un uomo pugliese, che aveva chiesto informazioni e approfondimenti circa lo stato di salute della figlia, ospite di una comunità riabilitativa. Non solo gli è stata sospesa la responsabilità genitoriale, ma addirittura il giudice ha vietato sia a lui che al suo legale, l’avvocato Miraglia, di chiamare la struttura. Ogni comunicazione dovrà avvenire esclusivamente attraverso il magistrato. L’avvocato Miraglia ha presentato istanza urgente per chiedere la revoca di questi provvedimenti assurdi e immotivati.
Da febbraio la figlia dell’uomo, quindicenne affetta da patologie neurologiche, è ospite di una comunità terapeutica di Otranto, dove lo scorso maggio è svenuta. È stata portata all’ospedale dove l’ha raggiunta il padre, il quale dai medici ha ricevuto la diagnosi di epilessia. L’uomo, preoccupato per la salute della figlia, ha chiesto che venissero svolti ulteriori accertamenti medici e diagnostici, per accertare fosse davvero epilessia prima di farle assumere nuovi farmaci.
Tale preoccupazione paterna è stata interpretata come un’opposizione a terapie salvavita e in un battibaleno il tribunale dei Minorenni di Bari gli ha sospeso la responsabilità genitoriale per quanto attiene alla materia sanitaria, affidando le decisioni sulle cure della ragazza a un curatore speciale.
L’uomo ha pensato allora di riportare a casa la ragazza, per occuparsene insieme alla nonna, dal momento che in comunità gli è impossibile avere accesso ad ogni informazione sul suo conto. Ma prima ha voluto verificare se questa sua decisione fosse davvero la cosa migliore per la ragazza, chiedendo tramite il suo legale che tipo di progettazione e di percorso stia seguendo la figlia all’interno della comunità.
«Siamo rimasti sbigottiti – dichiara l’avvocato Miraglia – in quanto ci è arrivata copia di una relazione senza il nome della ragazza e soprattutto riportante più volte il riferimento alla madre, che però nella vita di questa ragazzina non è presente, avendo solo il padre e la nonna. Pertanto riteniamo che non ci sia alcuna progettualità né in corso né prevista e che ci sia stata propinata una relazione “copia e incolla” presa chissà dove. Ancora più inaudito è quanto capitato all’udienza del 16 luglio: il giudice delegato ha revocato in toto la responsabilità genitoriale al padre e ha intimato al sottoscritto di evitare di contattare la comunità, ma di rivolgere d’ora in poi al Tribunale per i minorenni ogni istanza e osservazione. Ci chiediamo quale interesse giuridico e processuale possa mai esserci dietro a una simile decisione.

Castelli romani, accusata di maltrattamenti e vessazioni alla figlia presunta  omosessuale.

Madre scagionata dopo cinque anni perché il fatto non sussiste

VELLETRI (12 giugno 2024). Era stata accusata di aver maltrattato e sequestrato la figlia perché omosessuale, perdendo il suo buon nome e anche l’attività lavorativa. Ma dopo cinque anni giustizia è stata fatta: il Tribunale di Velletri ha scagionato una donna che vive in un Comune dei Castelli romani perchè il fatto non sussiste. Restano però cinque anni nei quali la sua vita è stata distrutta. Nel frattempo ha ricucito i rapporti con la figlia, ma questo non la ripaga della gogna mediatica cui è stata sottoposta anche da parte di un’associazione che si occupa del sostegno alle persone gay e trans e che ha cavalcato decisamente l’onda per far pubblicità a sé e alla causa LGTBQIA+.

Cinque anni fa la figlia della donna, che all’epoca aveva diciassette anni, aveva dichiarato la propria omosessualità alla madre. La situazione in casa si era complicata ed era diventata tesa: la ragazza si era rivolta a un’associazione che promuove servizi, iniziative e cultura per il benessere e i diritti delle persone LGBTQIA+, affermando di essere vittima di violenze fisiche e psicologiche da parte della madre proprio in virtù del proprio orientamento sessuale. Il referente dell’associazione, attivista e politico, si era subito lanciato sui media nazionali in un’accorata presa di posizione nei confronti della ragazza, sostenendo che la diciassettenne fosse stata segregata in casa, privata del telefono e di ogni mezzo di comunicazione con l’esterno, e persino picchiata. Tutti fatti che ad oggi risultano privi di ogni fondamento. Purtroppo però, oltre a dover attendere una sentenza, la madre si è vista additare come pessimo genitore e, isolata e malvista, era stata costretta a chiudere la propria attività perdendo quindi il lavoro.

«Nessuno nega la nobiltà degli intenti delle associazioni che si occupano delle vittime di violenze e di discriminazioni – dichiara l’avvocato Miraglia, il legale della donna – ma occorre stare molto attenti a non strumentalizzare le vicende per sostenere la propria causa. Questa donna aveva soltanto cercato di allontanare la figlia, ancora minorenne, da una relazione con una donna che abitava fuori regione, molto più grande di lei, con seri problemi personali. Aveva soltanto cercato di proteggere sua figlia, con la quale tra l’altro ora ha ricucito i rapporti. Pertanto, prima di prendere posizioni a priori, occorrerebbe pensare alle conseguenze, a come certe affermazioni possano rovinare la vita delle persone e trasformarsi in discriminazione al contrario».

 

 

Maltrattamenti su minori: Denunciata una comunità in provincia di Frosinone.

Frosinone (30 aprile 2024). Tre fratelli, proveniente da ambiente familiare agiato e sereno, sono stati collocati in struttura in seguito ad una separazione conflittuale.

I ragazzi sono stati letteralmente sradicati dal loro contesto familiare e messi in un ambiente ostile, afferma l’avv. Miraglia che rappresenta il padre. Da quando sono stati collocati in questa comunità,  a dire del padre, i tre fratelli hanno subito violenze da parte di altri ospiti della comunità e hanno ricevuto cure mediche inappropriate e potenzialmente pericolose per uno di loro che soffre di una patologia cronica.

Le richieste e le preoccupazioni del padre vengono completamente ignorate. Nonostante il padre porti loro dei vestiti, i ragazzi si ritrovano ad indossare quelli di altri e anche di taglie diverse.

“Il padre ha segnalato più volte questa situazione alla responsabile della struttura – riferisce l’Avvocato Miraglia – che però ha sempre minimizzato, asserendo che fossero tutte fantasie inventate dai ragazzi, sebbene presentassero sul corpo ecchimosi e graffi”.

Alcune relazioni hanno rappresentato fatti completamente diversi da quelli realmente accaduti, con il solo scopo di screditare i ragazzi e il padre stesso.

Nonostante le prove di maltrattamenti fornite dal padre, che includono registrazioni che dimostrano la manipolazione delle informazioni, il giudice della separazione,  che ha ascoltato personalmente uno dei ragazzi, ha deciso di mantenerli in struttura.

Questa decisione pone interrogativi significativi sulle modalità con cui vengono prese le decisioni nel contesto del diritto di famiglia e sulle valutazioni dei rischi per la sicurezza e il benessere dei minori.

“L’azione del giudice che ha confermato la collocazione, nonostante le accuse del padre, richiede un esame critico e solleva preoccupazioni sulle procedure adottate dal Tribunale” aggiunge l’avv. Miraglia.

“E’ essenziale che i tribunali, non solo ascoltino le voci dei minori, ma che considerino attentamente tutte le prove disponibili”.

E’ fondamentale che le istituzioni preposte operino in modo trasparente e conforme alle normative vigenti, garantendo che le strutture di accoglienza siano ambienti sicuri e supportivi.

La vicenda di questi tre fratelli richiede un’indagine più dettagliata, assicurando che la loro sicurezza e il loro benessere siano sempre posti al centro di ogni decisione.

 

Chieti: quattordicenne plagiata da un adulto, l’assistente sociale ​lo fa entrare in casa famiglia

CHIETI (29 aprile 2024). Una quattordicenne che vive nella provincia di Chieti è stata plagiata da un uomo molto più grande di lei, di 24 anni. Un uomo terribile, dai racconti che oltre ad avere degli incontri intimi con lei da quando aveva appena tredici anni, l’ha irretita a tal punto da farle odiare la famiglia, l’ha costretta a fare sesso con lui e a consegnarli le mance dei genitori per comperarsi la droga. La ragazzina è stata condotta in casa famiglia, visto il difficile rapporto che si è instaurato con la famiglia a causa delle manipolazioni dell’uomo: ma invece di permetterle di vedere i genitori e il fratello per ricostruire un rapporto con loro, l’assistente sociale le fa vedere invece regolarmente l’uomo. E sostiene che sia la madre della giovane ad essere una persona “sbagliata”, tanto da aver allontanato da casa anche l’altro figlio, che nel frattempo è rientrato a casa con i genitori.

Secondo l’assistente sociale, pertanto, una madre che si preoccupa di mettere al sicuro la figlia è un pessimo genitore, mentre un uomo che si approfitta di una ragazzina è giusto per lei e può tranquillamente continuare a vederla.

«Stiamo perfezionando la querela contro l’assistente sociale e la comunità – annuncia l’avvocato Miraglia, legale dei genitori – per aver allontanato da casa anche il figlio maggiore che non c’entrava nulla e per aver consentito a un uomo che plagia una minorenne di continuare a frequentarla. La legge è chiara: un uomo che si approfitta di una tredicenne commette un reato penale e chi non lo impedisce è responsabile del medesimo reato. È incredibile tutto questo e abbiamo chiesto all’assistente sociale se il permettere la frequentazione tra la minore e quell’uomo faccia parte di un qualche tipo di percorso educativo o terapeutico. Ma ci rendiamo conto? Stiamo parlando di una bambina che frequenta la scuola medie: come si può consentirle di vedere un uomo adulto considerandolo il suo fidanzato?».

Il ventiquattrenne era entrato alcuni mesi fa nella vita di questa famiglia, che lo aveva accolto come un figlio. Si era presentato come solo e privo di impiego e la madre della minore, in buona fede, gli aveva dato ospitalità e un lavoro. Ma una volta sistemato, ha mostrato il suo vero volto: ha manipolato giorno dopo giorno la tredicenne, facendole credere che fossero tutti cattivi tranne lui, costringendola a rapporti intimi e a dargli i suoi soldi, che lui usava per lo stupefacente. Quando la madre della giovane si è rivolta ai carabinieri, sono intervenuti i servizi sociali, che hanno però allontanato da casa non solo la ragazzina bensì anche il fratello. E invece di tutelare e mettere la giovane al sicuro, le consentono di continuare a vedere regolarmente questo individuo.

​            “È intollerabile​ che il sistema destinato a salvaguardare i nostri figli diventi complice di tali atrocità. Chiediamo un intervento immediato delle autorità per rivedere completamente i protocolli di intervento dei servizi sociali e per assicurare che tali inadempienze siano sanzionate severamente. Non ci può essere scusa né tolleranza per coloro che, attraverso azioni o negligenze, mettono in pericolo la vita e il benessere dei nostri bambini. Questo non è solo un fallimento individuale, ma un campanello d’allarme per una riforma urgente. Dobbiamo agire ora per proteggere i più vulnerabili.” Afferma l’Avv. Miraglia.

 

Cuore spezzato: la battaglia legale di una giovane mamma di etnia sinti contro l’ingiustizia

Denunciati gli assistenti sociali e l’intero collegio dei Giudici minorili di Roma

In una tranquilla periferia di Roma, dove le strade si intrecciano come i destini di chi le percorre, si è consumato un dramma che racchiude in sé le sfumature di un’ingiustizia tanto sottile quanto profonda. Al centro di questa storia c’è una giovane mamma sinti, una ragazza di appena 13 anni che ha visto il suo mondo capovolgersi in un istante, strappata alla gioia ineffabile di tenere tra le braccia la sua neonata.
Il preludio a questa vicenda ha i contorni di un inganno: una convocazione ai servizi sociali con la promessa di una casa popolare, una speranza che si è trasformata in un incubo. La realtà era ben diversa, e quello che doveva essere un sostegno si è rivelato un tranello che ha portato alla separazione forzata tra una madre e sua figlia, un dolore incommensurabile che nessuna parola può pienamente descrivere.
Le accuse mosse contro assistenti sociali, operatori sanitari, il sindaco e persino giudici del Tribunale per i minorenni di Roma sono gravi: abuso d’ufficio, lesioni personali, violenza privata, sequestro di persona, maltrattamenti in famiglia. Accuse che, se confermate, disegnano un quadro di violazioni legali e morali difficili da comprendere e accettare.
Ma al di là delle accuse, delle procedure legali e delle battaglie in tribunale, c’è una verità semplice e devastante: una famiglia è stata spezzata. Una giovane mamma, nonostante la sua età, aveva scelto di accogliere con amore sua figlia, supportata dalla propria famiglia, pronta a crescerla secondo le proprie tradizioni, in un ambiente di affetto e protezione.
La rapidità con cui è stata dichiarata l’adottabilità della neonata solleva interrogativi profondi sulla giustizia e sull’equità del nostro sistema. Il diritto di una madre di crescere il proprio figlio, il desiderio di una famiglia di rimanere unita, il rispetto per le tradizioni e l’identità etnica: valori che sembrano essere stati trascurati o, peggio, calpestati.
In questa storia, la giovane mamma sinti rappresenta non solo se stessa ma tutte quelle voci che troppo spesso restano inascoltate, quelle storie che non trovano spazio nei titoli dei giornali o nelle agende politiche. La sua lotta è la lotta di chi si trova a fronteggiare pregiudizi radicati, di chi cerca giustizia in un sistema che a volte sembra dimenticare i più vulnerabili.
Mentre la battaglia legale continua, resta il dolore di una famiglia divisa, la lotta di una madre per riabbracciare sua figlia. In questa vicenda, il cuore di una giovane ragazza batte forte, un cuore spezzato ma non sconfitto, che ci ricorda l’importanza dell’amore, della giustizia e della speranza.
In questa storia, come in molte altre, la vera questione al centro è l’umanità: la nostra capacità di ascoltare, di comprendere, di empatizzare. È un richiamo a guardare oltre le etichette, a riconoscere l’individuo dietro la statistica, a ricordarci che, al di là di ogni differenza, ciò che ci unisce è molto più profondo di ciò che ci divide.
La storia di questa giovane mamma e della sua bambina non è solo una cronaca di ingiustizie; è un monito, un appello a riflettere su come trattiamo gli altri, su come proteggiamo i più deboli, su come costruiamo un mondo in cui ogni bambino possa crescere amato e ogni madre possa vivere senza il terrore di vedersi strappare il proprio figlio. Un mondo in cui la giustizia non sia solo una parola, ma una realtà per tutti. A parte il modo subdolo in cui si sono comportati, è chiaro che avessero tutti fin da subito intenzione di togliere la bimba alla giovane mamma: il Tribunale per i minorenni di Roma ha provveduto infatti in un tempo record (in soli 28 giorni), alla dichiarazione dello stato di adottabilità della neonata, ravvisando un fantomatico “stato di abbandono” che, in realtà, non si è mai verificato giacché sia la neomamma che la sua famiglia hanno sempre espresso il desiderio di tenere la bambina.
«La legge è chiara – dichiara l’avvocato Miraglia, al quale la famiglia si è affidata per ottenere giustizia – e prevede che per i genitori minori di 16 anni il procedimento di accertamento dello stato di abbandono si apra e contestualmente si sospenda fino al compimento del sedicesimo anno Confidiamo sicuramente nell’operato della Procura della Repubblica ci Cassino e in quella di Perugia competente per eventuali reati a carico dei giudici affinché faccia chiarezza ed eventualmente vengano puniti i colpevoli.
In questo caso, invece, la legge è stata palesemente violata e ignorata e non vorremmo che fosse stato fatto solo perché la ragazzina è di etnia sinti. Non si è tenuto in conto né della volontà della ragazzina, né della presenza di una cerchia familiare in grado di occuparsi di lei e della figlioletta e nemmeno del fattore culturale, che potrà pure contrastare con i principi di molti, ma che è radicato e va tenuto in considerazione».